Modificare il genere topologico di Piergiorgio O.

Una premessa autobiografica ma anche sociologica

Cioè, sei una matematica?

Beh, non so… ecco, ho studiato… e sì, ho scritto quel teorema…”

Le donne sono socializzate (insomma: ci educano dall’infanzia, in famiglia o a colpi di bullismo fuori casa) a sminuire i propri risultati. Il risultato è un handicap grave quando devi venderti — quando devi chiedere i soldi per un fondo di ricerca, per una borsa di studio; quando devi fare un colloquio per essere assunta, ammessa a un corso di studi, entrare in tenure track.

Disintossicarsi dall’abitudine è peggio che smettere di fumare. Magari non batti ciglio mentre scrivi un CV nella tua stanzetta, ma dieci minuti dopo sei fuori con amici di amici di amici, ti chiedono che hai fatto nella vita e

Cioè, sei una matematica?”

Beh, non so… ecco, ho studiato… e sì, ho scritto quel teorema…”

Eh.

Recentemente (qui inizia la parte autobiografica) mi sono resa conto che sono sopravvissuta a quasi quarant’anni di tempeste di merda, ho capito che quel che non ti uccide fortifica la tua capacità di don’t give a fuck, e sono giunta alla conclusione che preferisco essere spudoratamente me stessa.

Quindi, a fronte della cazzata epica scritta da Piergiorgio Odifreddi sul tema “le donne non sanno fare matematica perché non sono portate per l’astrazione”, cazzata accettata per la pubblicazione dall’editore responsabile di La Repubblica, cazzata stampata nero su bianco dal gruppo editoriale L’Espresso, ho pensato di non imprecare da sola mentre preparo il brodo ma scrivere qualcosa.

middle finger

Ma, considerato che a quasi quarant’anni non ho tempo da perdere, preferisco usare la cazzata di Odifreddi come scusa per una divulgazione più ampia. Più astratta e meno concreta, se volete.

Vi chiedo solo di accantonare per pochi minuti la visione della matematica come “quella sfilza punitiva di conti infiniti e numeroni” o “quella roba difficile-difficile-difficile fatta da geni geniali e pazzi” che viene presentata con una certa frequenza — non ultimo da gente che vive vendendosi come genio geniale, fate voi un esempio.

Andiamo.

Fare matematica for dummies

Su una cosa Odifreddi ha ragione: la Matematica è una cosa astratta. Ma Odifreddi assume — e, atto grave, assume senza dichiarare la congettura — che la Matematica e fare matematica siano la stessa cosa. Un assunto non da poco: nel primo caso si devono considerare le filosofe della matematica, nel secondo le sforna-teoremi.

Ora, io un teorema l’ho sfornato, e sono stata in mezzo a gente che di teoremi ne sforna a ritmo continuo. Fare matematica non è un’attività che si svolge in un universo ideale platonico. Una buona descrizione di cosa succede quando fai matematica potrebbe essere:

  1. Vieni a sapere che Tizio ha dimostrato un teorema. Il teorema è composto da:

    • ipotesi (condizioni che devono essere rispettate per tutto il corso del teorema; potete immaginare le pareti di una stanza),
    • tesi (qualcosa che è valido sotto quelle condizioni; potete pensare a quanti passi potete fare in quella stanza senza sbattere contro la parete),
    • dimostrazione (passaggi logici che portando dall’ipotesi alla tesi).
  2. Pensi “e se togliessimo un’ipotesi?”, oppure “cerchiamo c’è una dimostrazione più elegante” (sì, davvero, diciamo elegante, altro che fredda logica, ci tiriamo pippe estetiche che manco i fan della Callas contro quelli della Tebaldi).

  3. Scrivi dove vuoi arrivare su una lavagna, o il retro della lista della spesa per l’Ikea. (Sì, quando stai cercando di dimostrare una roba nuova parti dalla tesi. Se vuoi prendere il treno da Milano a Roma pensi ai treni con cui puoi arrivare a Roma, non a tutti quelli che partono da Milano. L’opposto di quello che leggete sul libro di scuola.)

  4. Guardi intensamente la lavagna.

  5. Inizi a scrivere roba che sai che funziona e magari potrebbe essere utile, non si sa mai.

  6. Scrivi una roba che potrebbe implicare la tesi.

  7. Speri che la roba che hai scritto sia vera, sotto le condizioni dell’ipotesi.

  8. Ti prende una botta di dubbio che sia vera. Occazzo.

  9. Guardi intensamente la lavagna.

  10. Cerchi un caso in cui la roba che hai scritto non è vera (si chiama controesempio). Qui viene utile lavorare con altra gente, così fate a turno a essere l’unico secondo cui è una cazzata, no, sicuramente c’è un errore, ma no, ci ho ripensato, secondo me funziona.

  11. Sì, c’era un controesempio. Tiri un vaffanculo.

  12. Cancelli tutto dalla lavagna. Se stavi scrivendo sul retro della lista della spesa dell’Ikea di solito finisce che la fai a pezzi e la butti nel cestino prima di renderti conto di quello che hai appena fatto.

  13. Imprechi contro il giorno in cui hai deciso di fare matematica. E pure contro tuo marito che non è ancora andato all’Ikea, che aspetta, la fatina buona di stocazzo?

  14. Ti fai una tazza di tè. Ingolli l’ultima fetta della torta di compleanno dell’Head of Department.

  15. Pensi che adesso gliela fai vedere, a quello lì. “Quello lì” può comprendere combinazioni di: il teorema, l’autore del teorema, il tuo relatore che stai evitando da tre settimane, il collega che si dimentica delle donne negli inviti alle feste di dipartimento (ma gurda te), la fidanzata che ti ha mollato e si è pure presa il gatto.

  16. Pensi che potresti usare una certa tecnica che ti è sempre stata simpatica. (Sì, di nuovo: ci stanno simpatiche le cose. Molto logico. Ad esempio a me stanno simpatiche le dimostrazioni per induzione.)

  17. Guardi intensamente la lavagna.

  18. Passa un collega. Gli chiedi se si ricorda un teorema che potrebbe essere utile.

  19. NOPE.

  20. Guardi intensamente la lavagna.

  21. No, ‘spetta, fino a questo punto regge…

  22. NOPE.

  23. …passano settimane, mesi…

  24. A un certo punto, per una combinazione di allenamento e fortuna sfacciata, hai ricostruito una serie di passaggi tra la tua tesi e la tua ipotesi. Oppure hai un esempio che mostra che no, avevi pensato una cazzata — e pure quello è un risultato.

  25. Ripeti tutto il processo per un nuovo teorema.

Non proprio un’attività sulle ali dell’astrazione. Più farsi un culo a capanna.

Un culo per cui servono pratica, interazione sociale, una certa dose di spavalderia (peggio di quella che serve a scrivere una parola così salgariana, spavalderia, nel 2016). Servono tempo, risorse, aiuto e sicurezza.

Insomma: serve un bel po’ di privilegio. Concreto.

E ora, una favola.

La signorina Sophie, l’expat e il Principe

Magari siete nata in una famiglia benestante, in una casa con una grande biblioteca.

Magari un giorno state giocando e vi capita in mano un librone con il teorema di Archimede.

da Frozen, Anna bambina

Magari avete abbastanza candele e una stanza in cui studiare matematica di nascosto, di notte. Magari i vostri genitori non sono proprio contenti che vi prenda l’ossessione per una materia poco femminile, ma cedono.

Magari, intanto, ha aperto una nuova università strafiga. Non potete andarci, perché siete donne, ma magari riuscite a contattare uno studente (maschio) fancazzista che vi fa da prestanome.

Magari all’università c’è un professore intelligente che nota come Monsieur Antoine-Auguste LeBlanc è passato improvvisamente dal 18 scarso al 30 e lode, si fa qualche domanda, e vi becca. Il professore potrebbe decidere di darvi lezioni private e lavorare con voi. Magari questo professore si chiama Joseph-Louis Lagrange, nato Giuseppe Ludovico Lagrangia (è cuneese, di tutti i posti al mondo), ed è uno di quelli che se fai matematica non puoi che amarlo.

Joseph-Louis Lagrange

Io qui mi faccio una fanfic per cui al professore stanno simpatici quelli che stanno ai margini perché anche lui è uno da fuori: è un expat. Ma questa sono io.

Magari con un alleato come Lagrange fate matematica un po’ più tranquille. Magari andate all’attacco di problemi famosi. Iniziano a conoscervi in giro. Certo, con il nome di LeBlanc, meglio non creare scandalo.

Magari intanto c’è una guerra e l’esercito della vostra nazione arriva a poca distanza dal più grande matematico di tutti i tempi: Carl Friedrich Gauss, princeps mathematicorum. Magari vi ricordate di quella storia di Archimede che viene ucciso dai soldati romani per sbaglio e vi preoccupate.

Carl Friedrich Gauss

Magari scrivete a un generale che è amico di famiglia, gli dite che Gauss è un genio da trattare con tutti i riguardi; lui va dal professor Gauss e gli dice che M.lle Sophie Germain manda i suoi saluti.

Carl Friedrich Gauss non ha idea di chi cazzo sia Mademoiselle Sophie Germain.

Magari poi Gauss fa due conti rapidi e capisce che Monsieur Antoine-Auguste LeBlanc è solo un nome. Un nome in calce a delle lettere che gli piacevano molto.

Sophie Germain

In matematica, questo gioco si chiama “cambio di notazione”; un tizio inglese aveva sintetizzato la faccenda come “a rose by any other name would smell as sweet”.

È il 1807 e Carl Friedrich Gauss, il più grande dei matematici, scrive alla sua collega Sophie Germain:

Le incantevoli bellezze della nostra scienza sublime si rivelano in tutta la loro bellezza solo a coloro che hanno il coraggio di studiarle in profondità. Quando una persona appartiene al sesso che per colpa dei nostri costumi e pregiudizi si trova ad affrontare infiniti più ostacoli e difficoltà di un uomo, ma ciononostante supera questi ostacoli e riesce a comprendere in profondità le più oscure parti di questi spinosi problemi astratti, deve senza dubbio avere il coraggio più nobile, il talento più straordinario, una genialità superiore.

Tradotto in italiano di duecento anni dopo: non è che le donne sono meno portate per l’astrazione, è che c’è un sessismo sistemico del cazzo per cui riescono a farcela solo quelle geniali.

Quelle geniali, privilegiate e con degli alleati.

Con poca gente che spara cazzate che sembrano un “teorema” (le donne sono naturalmente poco portate per la Matematica), ma dimenticandosi di controllare l’ipotesi (date le condizioni sociali e culturali degli ultimi centocinquant’anni) e la tesi (meno donne hanno fatto matematica degli uomini), e dando come “dimostrazione” un po’ di esempi. Peraltro, spacciare per dimostrazione un elenco di esempi è il contrario dell’astrazione a un meccanismo generale che rende la matematica potente.

E qui, di nuovo, una storia.

Ada e il ricamo generale dei fiori

Non è che nel 1800-qualcosa non ci fossero macchine del tipo “giri una manovella, fanno una cosa”. C’erano gli orologi a cucù, ad esempio, dopo cinquecento anni di pace e amore fraterno tra le Alpi. Ma, appunto, una macchina faceva una cosa sola.

E qui arriviamo a Lady Augusta Ada King-Noel, Contessa di Lovelace, nata Ada Byron, nota come Ada Lovelace.

(Sì, il padre faceva del gran sesso a destra e a manca. Lo sappiamo, P.; taglia prima che ti si faccia notare che sarebbero le femmine il sesso pettegolo.)

L’invenzione di Ada Lovelace non è una macchina che fa conti. La macchina, peraltro, non è mai stata costruita, perché l’ingegnere che se ne occupava aveva un carattere di merda e ha litigato con tutti.

Ada Lovelace ha inventato la programmazione perché ha teorizzato una macchina in cui:

  1. metti dei dati e una domanda,
  2. ottieni una risposta alla domanda.

Qualunque dato, qualunque domanda.

(Ha anche aggiunto una noterella sul problema che una macchina possa pensare qualcosa di originale (chiamiamola intelligenza artificiale). Ada Lovelace pensava fosse impossibile, considerando i limiti della faccenda (perché un matematico considera sempre i limiti, le ipotesi): sono gli umani a creare la macchina (chiamiamola computer) e a porre la domanda con i dati (chiamiamolo input), quindi la macchina non può sputare fuori qualcosa a caso (chiamiamolo output). Sono passati centocinquanta anni e il problema è ancora aperto.)

Ada Lovelace usava una metafora per descrivere il suo lavoro.

The Analytical Engine weaves algebraic patterns, just as the Jacquard loom weaves flowers and leaves.

Tradotto:

La Macchina Analitica intesse motivi algebrici come il telaio di Jacquard intesse fiori e foglie.

Una metafora concreta, persino all’ultima moda.

Una metafora decisamente femminile, con tutti quei fiorellini ricamati.

Una metafora di un’astrazione micidiale.

Ada Lovelace

P.S.

Se vi chiedete che cosa significhi il titolo di questo pezzo. La topologia è una versione estremamente “astratta” di geometria in cui (ad esempio e con una certa dose di approssimazione) una tazza con un manico e una ciambella sono la stessa cosa: un aggeggio in tre dimensioni con un buco in tre dimensioni (potete pensare anche alla menta intorno al buco della Polo). Il genere è una proprietà legata al numero di “buchi”. Pensate a un’espressione inglese che descrive una minaccia per nulla fine. Fate voi.

Nota

Una versione di questo pezzo è stata pubblicata su Medium. È piaciuto a un po’ di gente.

By @Marta Maria Casetti in
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